Per i 500 anni dalla ricostruzione di San Felice del Molise, Padre Angelo Giorgetta, parroco di Montemitro e San Felice del Molise, incontrerà l'Arcivescovo Metropolita di Spalato-Makarska, Mons. Marin Barišić martedì 17 Ottobre 2017, alle ore 09.30 presso la Sede dell'Ordinariato Arcivescovile di Spalato.

 

Il 30 maggio 2018, o in data a lui favorevole, dovrebbe venire e benedire un enorme rilievo plastico, delle due coste adriatiche con i castelli del 1500 e con una galea veneziana e la relativa apparizione della Madonna.

 

L'avvenimento interesserà anche Montemitro nel 2020.

 
 

"Povodom 500. godišnjice osnutka mjesta Stifilić (San Felice del Molise), svečenik Mundimitra (Montemitro) i Stifilića (San Felice del Molise), Don Angelo Giorgetta, sresti će se sa Nadbiskupom Metropolit Splitsko-Makarski Msgr. Marinom Barišićem kod Nadbiskupski Ordinarijat, Poljana Trpimira 7 u Splitu, 17. listopada 2017. u 09.30 sati."

"Nadbiskup Barišić trebao bi doći 30. svibnja 2018., ili kada njemu bude prikladno, kako bi blagoslovio ogromni plastični reljef koji prikazuje povezanost dviju jadranskih obala i gradova u 16. stoljeću. Na njemu je i velika venecijanska galija uz koju je vezano Bogorodičino ukazanje."

Događaj će biti zanimljiv i za Mundimitar 2020. godine."

 
 
 
OMELIA
 

Sulle sponde dell’Europa - Popoli in esilio.

Nel cuore del Mondo - Nazioni ferite.

San Felice del Molise – CB – 30 maggio 2017

Omelia tenuta dal parroco in occasione della solenne apertura

del “V Centenario della riedificazione del paese di San Felice del Molise”.

 

Il 5 dicembre 1456, alle ore 21, un tremendo terremoto del 10 grado (della scala Mercalli) con epicentro nella zona di Benevento, distrusse centinaia di piccoli e grandi paesi: dall’Aquila fino a Melfi di Potenza. Nel Molise 32 castelli (centri abitati) andarono in rovina; a Termoli cadde la Torre campanaria e la parte superiore della Cattedrale. Morirono circa 40.000 persone quando l’Italia dell’epoca ne contava circa otto milioni. Solo a Larino ci furono 1313 morti (l’avvenimento venne ricordato come: “il terremoto di S. Antonino”). Nella cronaca di “Sant’Antonino di Firenze” si legge: “il terremoto che si verificò in alcune parti del Regno e particolarmente nella Puglia, l’anno del Signore 1456, il giorno 5 dicembre alle ore 21,00 e che si ripeté il 30 dello stesso mese alle ore 16,00 fu un terremoto che non si ricorda a memoria d’uomo, e che mai si legge fosse di tale veemenza e che abbia provocato tanta mortalità di uomini.” Successiva al terremoto è la pestilenza che dal 1493 al 1495 colpisce i territori di Napoli e delle Puglie.

 Rimaste abbandonate, le terre vengono ripopolate grazie all’accordo della Repubblica di Venezia con il Regno di Napoli. Siamo a cavallo tra il 1400 e il 1500, l’invasore Ottomano dilaga ormai in tutta la penisola balcanica. Le galee veneziane sono in continuo andirivieni tra i porti dalmati e le foci dei fiumi italiani a loro dirimpetto. Il Sinello, il Trigno, il Biferno e il Fortore, sono formicai di profughi slavi e albanesi, dirottati dai feudatari locali sotto l’autorità del Regno di Napoli. Inizialmente malvisti e trattati non proprio cristianamente, gradualmente si aggraziano i signorotti locali e ottengo case, terreni e privilegi.

 Molti si adattano e assimilano la lingua e gli usi locali, altri conservano gelosamente la propria identità, custodendone ancora oggi la lingua e i costumi propri. Noi, abitanti di San Felice (Filič), Montemitro (Mundimitar) e Acquaviva Collecroce (Kruč), siamo fieri di essere figli di gente slava, che pur di conservare la Fede, la Libertà, la Vita e la Dignità umana, si sono dati alla fuga.

Tommaso Giannelli (1713-68), vescovo di Termoli dal 1753 fino alla morte, scrivendo delle “Terre di San Felice”, indica e dimostra una data ben precisa sulla venuta dei nostri avi: “Sul principio del XVI Secolo era privo di Popolo, onde li Dalmatini, che erano venuti per fissare in queste Contrade il loro domicilio, nell’anno 1518 vi formarono piccola Colonia. La venuta degli Schiavoni fu nel detto anno 1518, perché nell’aver letto lo Statuto della Terra, il quale si chiama Capitolazione, ho rinvenuto che nell’anno suddetto li nuovi Coloni convennero con Ettore e Pardo Pappacoda in torno quello, che, per alimentarsi in tale Feudo, gli concedeva, e che dovevano essi loro corrispondere e pagare"

(Cfr. Tomaso Giannelli - MEMORIE - Ed. Grafiche di Rico, San Salvo - 1986 - pag. 202).

 Oggi, 30 maggio 2017, si apre ufficialmente un Particolare Anno Giubilare nel V centenario della riedificazione del paese di San Felice del Molise (1518-2018) per opera instancabile dei nostri antenati che, costretti a fuggire dalla bellissima Dalmazia, pur di conservare Fede e Libertà, hanno tenacemente dissodato palmo a palmo queste terre per dare un futuro alle loro famiglie, per insediarsi contribuendo al miglioramento del territorio di chi li ospitava… Onore a loro… Esempio per noi…

Tale evento si protrarrà fino al 30 agosto 2018, Solennità di San Felice martire, patrono del Paese.

La chiesa in cui ci troviamo, di stile normanna del XII sec. Titolata a San Felice I papa, fu la prima ad essere riedificata da nostri antenati, i quali, con il loro strepitoso esempi di rigenerazione interiore, invogliarono le successive generazioni a riedificare anche la chiesa “Romanico-gotica” che i Benedettini fecero nel 1200. Difatti, dal 1730 al 1782 tale chiesa “fulge per bellezza”. Abbellita con altari in stile barocco decorati con fauni, cariatidi e foglie in oro zecchino, porta in sé un organo barocco, “mezzo tono sotto”, oggi riarmonizzato, che dispone di un rarissimo oggetto in stagno chiamato “ussignuolo”. Tutto da scoprire anche attraverso concerti che faremo durante questo giubileo. A questo punto cosa dobbiamo imparare da tutta questa bellissima storia?

Fuggire dalle scimitarre del nemico, approdare in terre devastate e sconosciute, riedificare un paese, ricostruire una chiesa, farsi una casa, lavorare senza remunerazione, tessere un nuovo “modus vivendi” è il “Sogno” di tutte quei cristiani che vogliono fuggire dalle “scimitarre” dell’indifferenza interiore, che ti costringe ad approdare sule “rive” di una coscienza devastata dal terremoto e dalla peste dell’individualismo.

Noi, sacerdoti, sindaci, cittadini, semplici fedeli, battezzati e rigenerati in Cristo, dobbiamo imparare dai nostri antenati a essere “Uomini Nuovi, uomini di relazione, di comunione, di amore”. Persone Creative, che promuovano la pace e l’unita, e che godano della diversità. Per cui se stiamo attenti a quello che succede intorno a noi, comprendiamo come oggi la sfida è “ESSERE UNO”, nella famiglia, nella politica, nella chiesa… Soprattutto nella politica, il risveglio dei nazionalismi pone questa domanda: come custodire la propria cultura, la propria tradizione senza che questa fedeltà diventi modo di escludere l’altro?

Anche nella vita della Chiesa di oggi si vedono segni di sofferenza a questo riguardo: come rispettare la crescita delle Chiese locali con tutte le diversità che questo implica, ed insieme mantenere forte il carattere universale della Chiesa?

Il problema dell’unità nella diversità è scottante…. Tocca il cuore di tutti noi… La comunione non deriva dall’esperienza sociologica, né dall’etica, ma dalla fede. Non siamo chiamati alla comunione perché è buona per noi, ma perché crediamo in un Dio che è UNO e Trino. Questa implica che noi battezzati (soprattutto chi vive sulla propria pelle le responsabilità istituzionali) siamo nemici dell’individualismo, poiché il “vissuto” di una anima come il tessuto sociale sono caratterizzati da relazioni interpersonali. Noi battezzati in comunione con il creato e il prossimo, riflettiamo l’essere stesso di Dio che è comunione e relazione. Attraverso il battesimo siamo stati cristianizzati, siamo diventati figli “divino umani”, con il compito di fare memoria per crescere secondo una cultura cristiana intessuta di relazioni che trasfigurano il mondo… e questa è la bellezza che salverà il mondo.

(Cfr. Michelina Tenace, “Novità della soglia”, pag. 21-42, Ed. Lipa, Roma, 1995).

Per intercessione di San Felice Papa e della Vergine Maria, spero tutti voi possiate essere artisti santi, capaci di riedificare, di rivitalizzare quella opera d’arte che è ciascuno di noi.

Come la statua di un santo riflette il credo, la cultura e il tessuto sociale dell’autore, così io vi auguro di essere, nel vostro tessuto sociale e spirituale, il pieno riflesso di quel grande Autore che è Dio… Carissimi, vi auguro di essere sempre e comunque cristiani: nella Cultura, nella Crescita, nella Memoria e nella Relazione. Quattro punti cardine per tutti coloro che vanno alla ricerca di bussole preziose, nascoste nei meandri del passato, che indichino l’uscita dai labirinti del presente, per tendere protesi verso un futuro migliore. In questo modo la nostra Fede in Gesù ci porterà a capire come: la cultura è crescita, la memoria è relazione; la conoscenza è la porta della maturità; il memoriale è la porta dell’amicizia; l’apprendimento è l’inizio della saggezza e l’esperienza è l’inizio della gentilezza.  AMEN