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![]() Ho cominciato a scrivere questa storia nel maggio del 2007. Ho scritto un capitolo alla settimana e perciň ci ho messo piů o meno un anno per finirla. Ogni volta che scrivevo un capitolo lo mandavo ai miei due lettori, che mi facevano avere i loro consigli e suggerimenti per andare avanti nella storia o per correggere qualcosa che avevo giŕ scritto. L'ho scritta per accettare una sfida. La sfida era stata lanciata da una parte di me stesso all'altra, ed era pensata piů o meno in questi termini: "Dopo aver scritto delle poesie e dei racconti, vediamo se sei capace di scrivere un romanzo." L'altra parte ha risposto: "Va bene, accetto la sfida." L'ho scritta in na-našu (croato-molisano) e successivamente l'ho tradotta in italiano, come tutto quello che ho scritto. La traduzione, infatti, segue il piů possibile le strutture linguistiche del na-našu. Volevo anche dimostrare che il na-našu poteva essere benissimo una lingua letteraria, se qualcuno avesse voluto che lo fosse. Inoltre, ho voluto lasciare una testimonianza di quello che č ed č stata la civiltŕ e la cultura linguistica del na-našu in Acquaviva Collecroce per cinque secoli, dal 1500 al 2007. Dimenticavo di dirvi che i miei due lettori erano il prof. Walter Breu dell'Universitŕ di Costanza al quale vanno i miei ringraziamenti per tutto l'aiuto che mi ha dato e la dott.ssa Gemma Piscicelli, coordinatrice presso lo sportello linguistico della Regione Molise per le lingue minoritarie che ha curato la stesura del romanzo per l'aspetto linguistico-grammaticale del na-našu e l'elaborazione grafica. Ringrazio mia moglie Isabella De Vero., per la sua pazienza e per l'aiuto che mi ha dato nella versione italiana di questo lavoro, Ringrazio inoltre l'amministrazione comunale di Acquaviva Collecroce e in modo particolare il Sindaco Enrico Fagnani, il Vice-Sindaco Michele Neri e l'Assessore Candida Grande per la disponibilitŕ dimostrata e per l'interesse con cui hanno accolto l'invito a finanziare il presente lavoro. Ogni riferimento a fatti o persone č puramente casuale, essendo la presente storia frutto esclusivo della fantasia dell'autore. E' dedicata a
tutti quelli che il
na-našu
lo hanno parlato, lo parlano e lo parleranno ancora. Nicola GLIOSCA |
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Kapituj 1
Ovi fat sa ga čuja povidat napri fugulara, kada bihu mali. Nenadam si ona žena kaje ga povidala je si ga mendala o kokodi je bi ju ga povida pur njoju. Nenadam mangu si biša polovcu jistin e polovcu laž. Ja vami ga povidivam naka kaka sa arkordam. Nike stvare ol benja čuda stvari sa si hi menda pur ja. naka ka jesu pisane veča stvare lažnjive ka one jistine. Prije do prije gvere mondjal, čeljade brižne do grada gredahu jiskat fortunu Lamerika. Ustri ovihi biša pur naš Sep. Ovi biša priji sin do jene familje kajimaša šest dicov, tri ljuda e tri žene. Jimaša vlasa crne e ričaste, oča modraste kana mor na jena dan bristri, sendza oblaki, kada neba aš mor jimaju štisi kolur. Kožu škuru kana jena cingar. Ne biša čuda visok, biša lenat, ma jimaša jenu forcu kana jena vo. Biša ono ka sa govore jena lipi dičalj. E za one oča bristre kajimaša biša čuda drag ženami. Kada jimaša desat-sedam gosti, mat aš tata, ka doma nimahu što davat jist tuna onimi dicami ka jimahu, su bi čul reč ka Lamerika biša teg za tunihi, e tuna one ka nonda gredahu duvendivahu boate. Kada sa vračahu dop na desat gosti, morahu si kupit nabolje njive e nabolje masarije e živit sendza rabit. Je bila naka ka su dečidil za ga bijat Lamerika za pokj jiskat fortunu e on je bija dakord s nj imi. Za ga bijat Lamerika mat aš tata su bi si čil mbreštat pinaze do parendi, kojimi mislahu za hi vrnit, kada Sep je bi počmija bijivat prije pinaze doma. Kada je riva dan do partendze, su ga kumbanjal lapjaceta za vast karocu ka masa ga ponit Kambavaš e do nonda masa vast tren za pokj u Napulu, do di, dan dop, masa sa mbarkat zgora nave za pokj Lamerika, Novajork kaka govorahu čeljade stare ol one ka su bi dža stai e su bě sa vrnil. Jistru lapjaceta bihu tuna bratja aš sestre ka sa krivahu, suzahu kana Pišaraj.(1) Bihu pur čeljade tuje, one ka sa ustavahu jistru rana e gredahu sima-tama, prije za pokj van e ka, kada bihu ove partendze, sa ndrtanahu lapjaceta za vit one ka parčivahu, za gledat ono ka surčivaša, za pa povidivat drugimi. Biša kana jena mala fešta, pur si biša malingonik. Kokodi mislaša pur, kisač si čma ga vit jopa. Homa ga gledat za nazanju votu. More bit ka, kada sa vrače boat, mi srna dža umbral, mislahu one veča stare. Tuna ga baživahu e ga salutivahu e mu govorahu koju stvara za ga čit smijat o za ga čelijat. Mat aš tat mu govorahu za pisat šaku nelju dan, sa strašahu za zgubit sina za svedni e bihu pur na mala preokupane zalju pinez ka mahu vrnit parendi. Kada parčivaša karoca, lapjaceta utra mala vrima sa praznaša, ne ostavljaša nikor več, svak gredaša rabit, ka sa ne moraša gubit vrima, aje-ka ovi ne baštaša maj za rabit. Tuna stvare sa vračahu na njifog mista, tuna sa vračaša kaka je bi svedni bila, tuna sa vračaša mučana, do'ne mucine ka biša na šaku jistru do primalita, di sa čujahu sama renule upijat sima-tama zgora hiž, di letahu. Sep dop kaje bi furnija sa krivit unutra njega štisi, ka vana di su oča nije bi mu ušla Jena suza, mislaša: 'Kisač kada ču sa vrnit di moj grad, ma kisač si ču sa pur vrnit! Bog da bi ma pomoga nonda di grem'. E s ovmi pendziri je zaspa zgora karoce ka ga nosaša Kambavaš.
(1) Jiman do jene funde do
grada. |
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Capitolo 1
Questo fatto l'ho sentito raccontare davanti al camino, quando ero piccolo. Non so se quella donna che lo ha raccontato se lo č inventato o qualcuno lo avesse raccontato anche a lei. Non so nemmeno se fosse metŕ vero e metŕ falso, lo ve lo racconto cosě come mi ricordo. Alcune cose o forse molte cose le ho inventate anch'io, cosě che sono scritte piů cose false che vere. Prima della prima guerra mondiale, le persone povere del paese andavano a cercare fortuna in America. In mezzo a questi c'era anche il nostro Giuseppe. Costui era il primo figlio di una famiglia che aveva sei figli, tre maschi e tre femmine. Aveva i capelli neri e ricci, occhi azzurri come il mare in un giorno sereno, senza nuvole, quando il cielo e il mare hanno lo stesso colore. La pelle scura come uno zingaro. Non era molto alto, era magro, ma era forte come un bue. Era quello che si dice un bel giovane. E per quegli occhi chiari che aveva piaceva molto alle donne.Quando aveva diciassette anni, la mamma e il padre, che a casa non avevano cosa dare da mangiare a tutti quei bambini che tenevano, avevano sentito dire che in America c'era lavoro per tutti, e tutti quelli che vi andavano diventavano ricchi. Quando ritornavano dopo un decina di anni, potevano comprarsi le migliori terre e masserie e vivere senza lavorare. Fu cosě che decisero di mandarlo in America a cercare fortuna e lui fu d'accordo con loro. Per mandarlo in America la mamma e il padre si fecero imprestare i soldi dai parenti, ai quali pensavano di restituirli, quando Giuseppe avrebbe iniziato a inviare i primi soldi a casa.Quando arrivň
il giorno della partenza, lo accompagnarono alla piazzetta per
prendere la carrozza che lo doveva portare a Campobasso e da lě
doveva prendere il treno per andare a Napoli, da dove, il giorno
dopo, doveva imbarcarsi sulla nave per andare in America, a Nuova
York come dicevano le persone anziane o quelle che vi erano giŕ
state ed erano ritornate. La mattina alla piazzetta
c'erano tutti
i
fratelli e le sorelle che piangevano,
lacrimavano come la fontana del Pisciarello. (1) Cerano anche estranei,
quelli che si alzavano la mattina presto I andavano di qua e di lŕ,
prima di andare in campagna e che, quando c'erano queste partenze,
si intrattenevano alla piazzetta per vedere quelli che partivano,
per vedere quello che succedeva, per poi raccontarlo ad altri. Era
come una piccola festa, anche se era malinconica. Qualcuno pensava
pure, chissŕ
se lo vedremo di nuovo. Guardiamolo per l'ultima volta. Puň
essere che, quando ritorna ricco, noi saremo giŕ
morti, pensavano quelli piů
vecchi. Tutti lo baciavano e lo
salutavano e gli dicevano qualcosa per farlo ridere o per prenderlo
in giro. La mamma e il padre gli dicevano di scrivere ogni
settimana, avevano paura di perdere il figlio per sempre ed erano
anche un po' preoccupati per
i
soldi che dovevano restituire ai
parenti. Quando partiva la
carrozza, la piazzetta in poco tempo si svuotava, non vi rimaneva piů
nessuno, ognuno andava a lavoro, poiché
non si poteva perdere tempo, perché
questo non bastava mai per lavorare. Tutte le cose tornavano al loro
posto, tutto ritornava come era sempre stato, tutto tornava in
silenzio, di quel silenzio che c'era in ogni mattina di primavera,
dove si sentivano solo le rondini gridare di qua e di lŕ
sopra le case, dove volavano. Giuseppe dopo che ebbe
finito di piangere dentro sé
stesso, che fuori, dagli occhi non gli era uscita un lacrima,
pensava: "Chissŕ
quando ritornerň
al mio
paese, ma chissŕ
pure se ci ritornerň!
Che Dio mi aiuti lě
dove vado". E con questi pensieri si
addormentň
sulla carrozza che lo portava a Campobasso.
(1) Il nome di
una fontana del paese. |
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Per richiedere una copia del romanzo, rivolgersi al Comune di
Acquaviva Collecroce: Za naručiti jedan primer romana, obratiti se općini Kruća: Comune di Acquaviva Collecroce Piazza Nicola Neri, 1 86030 Acquaviva Collecroce (CB) Italija Tel. +39 0875970128 |